𝙇’𝙖𝙪𝙩𝙤𝙜𝙤𝙡
C’è qualcosa che non torna nel provvedimento del Giudice Sportivo che impone al Tempio due giornate a porte chiuse per presunti episodi di “discriminazione nazionale” durante la partita contro il Lanusei. Una decisione che lascia interdetti.
Chi era presente allo stadio lo sa bene: quella gara si è svolta in un clima assolutamente sereno, corretto, senza contestazioni né tensioni eccessive. Nessuno — né dagli spalti, né a bordocampo — ha percepito episodi che possano in alcun modo essere ricondotti a discriminazione o comportamenti offensivi. Eppure, nonostante questa realtà evidente, arriva una sanzione pesantissima che colpisce una società e una tifoseria intera.
Faccio questo lavoro da trent’anni. Ho visto centinaia di partite e ho assistito anche a contestazioni estremamente accese. Da addetta ai lavori e da radiocronista, nel pieno rispetto del codice deontologico che guida ogni giornalista professionista, non posso che sottolineare — qualora accadesse e ne avessi percezione — comportamenti poco rispettosi nei confronti di chiunque.
Come da richiesta del direttore di gara, ho inviato personalmente le immagini della partita il giorno successivo, insieme alla cronaca integrale, che potrà essere ascoltata per intero. Come società non abbiamo alcun obbligo in tal senso ma è stato fatto proprio perché non c’era alcunché da nascondere. Durante tutta la gara non si è sentito nulla: né cori dal gruppo organizzato, né dalla tribuna. Né io né i colleghi presenti in tribuna stampa o a bordocampo abbiamo percepito nulla di riconducibile ai fatti contestati.
Detto ciò, nessuno mette in dubbio che il sig. Kumbulla possa aver udito una frase irrispettosa — sempre ingiustificabile e da condannare — ma il comportamento di un singolo, non identificato e chiaramente isolato rispetto alle centinaia di presenti, può davvero giustificare un provvedimento così grave?
È una grande anomalia: mentre le società si impegnano ogni settimana per riportare le persone allo stadio, creare entusiasmo e costruire un calcio fatto di partecipazione e comunità, il Giudice Sportivo con provvedimenti del genere ottiene l’effetto opposto. Le allontana. Le demotiva. Le fa sentire ingiustamente colpite da decisioni che sembrano scollegate dalla realtà dei fatti.
E se davvero una singola persona avesse pronunciato parole fuori luogo, è inaccettabile che a pagarne le conseguenze siano centinaia di tifosi, famiglie e bambini che vivono lo stadio con passione e rispetto. La giustizia sportiva dovrebbe basarsi su fatti riconosciuti, non su percezioni arbitrarie.
Basta guardarsi intorno: ciò che accade allo stadio Manconi è ciò che accade ogni domenica in tantissimi altri campi, anche in impianti da 5.000 spettatori o più, dove il tifo è acceso ma resta nei limiti della sportività. Perché, allora, punire il Tempio? Perché colpire un ambiente che ha sempre dimostrato correttezza e attaccamento ai valori dello sport?
Questo provvedimento non solo è assurdo e ingiusto ma rappresenta un autogol clamoroso per chi dovrebbe tutelare il calcio sardo.
Punire chi vive lo stadio con rispetto e passione significa tradire lo spirito del gioco e minare la fiducia tra società, tifosi e istituzioni sportive.
Serve buon senso, non repressione cieca.
Serve costruire, insieme. Non distruggere.
𝙂𝙞𝙪𝙡𝙞𝙖 𝘽𝙖𝙧𝙙𝙖𝙣𝙯𝙚𝙡𝙡𝙪 | 𝙐𝙛𝙛𝙞𝙘𝙞𝙤 𝙎𝙩𝙖𝙢𝙥𝙖 𝙐𝙎 𝙏𝙚𝙢𝙥𝙞𝙤 1946




















